The Dust Bowl

The Dust Bowl

Sanremo ’96: Bruce Springsteen, ospite inaugurale, porta sul palco dell’Ariston la title track del suo ultimo album, “ The ghost of Tom Joad”, ispirata al protagonista del romanzo “Furore” di Steinbeck. Tema il divario tra ricchi e poveri e i problemi della migrazione interna negli Stati Uniti, durante la Grande Depressione.  La stessa denuncia sociale è stata ripresa più tardi, agli albori della crisi economica del 2008, anche dai Mumford and Sons, con la loro Dust Bowl Dance,  nel cui titolo si allude di nuovo al medesimo periodo della storia americana e alla somiglianza tra tutte le crisi nate da povertà e sfruttamento.

Ma cos’è la Dust Bowl?

Con il termine Dust Bowl si intendono le tempeste di sabbia che si formarono ripetutamente, durante gli anni ’30, nelle  grandi pianure centrali degli Stati Uniti e che, sommandosi  alla crisi economica del ’29, causarono distruzioni ed emigrazione di massa della popolazione locale. Molte famiglie di contadini, avendo perso tutto, emigrarono verso ovest, in California, in cerca di un nuovo lavoro e di migliori condizioni di vita.

Chiediamoci ora quali furono le cause di queste vere e proprie calamità naturali. 

Principalmente due: la siccità e le pratiche agricole non idonee.

Durante il secolo precedente agli avvenimenti, il governo americano aveva concesso notevoli quantità di acri ai coloni delle grandi pianure centrali, per incoraggiare l’insediamento e lo sviluppo in queste regioni centrali, fino ad allora non gradite agli agricoltori in quanto caratterizzate prevalentemente da ambienti poco fertili. Tuttavia, nei decenni successivi le attività agricole procedettero a gonfie vele, complici sia l’aumento di domanda del grano, soprattutto verso l’Europa impegnata nel primo conflitto mondiale, che un clima più favorevole,  grazie ad un periodo fortemente piovoso.  Tanto piovoso da far affermare il detto :“dopo l’aratro segue la pioggia”. Coloni, speculatori terrieri, politici cominciarono a sviluppare l’idea che la nuova agricoltura praticata in quelle zone avesse influenzato il clima semi-arido locale, rendendolo in qualche modo più idoneo alla produzione. Così le grandi pianure centrali degli Stati uniti diventarono delle distese di migliaia di acri di coltivazione, portando gli agricoltori a sfruttare al massimo il terreno, con arature profonde e assenza di avvicendamento colturale o riposo. Pratiche che lasciavano il terreno sempre più povero, sia dal punto di vista nutrizionale che idrico, e soggetto ad erosione. Fu invitabile che anni dopo, a seguito del primo evento siccitoso del 1931, i raccolti cominciassero a scarseggiare. L’assenza di vegetazione, sempre più favorita dalle pratiche agronomiche che la assecondavano, incrementò, e non poco,  la perdita di acqua e  via via la stabilità del suolo. Cosi le particelle del terreno, senza nessuna “protezione”, furono facilmente sollevate dal vento e trasportate anche a grandi distanze, a seconda della loro dimensione, sotto forma di tempeste di polvere. Gli eventi siccitosi si sono ripetuti più volte, durante gli anni ’30, nelle grandi pianure americane, con successive tempeste nere di polvere che in certi casi, non trovando nessun tipo di ostacolo, arrivarono a toccare città come Chicago e addirittura New York, dove scaricarono il loro materiale.

La situazione cominciò a cambiare nel decennio successivo, con il ritorno delle piogge, ma il fenomeno ripetuto aveva ormai lasciato i suoi segni,  con la desolazione economica e la crisi migratoria. A fronte di ciò, una volta ripresa l’attività agricola, gli agricoltori americani iniziarono ad adottare la non-lavorazione del terreno ed altre pratiche agricole che aiutassero ad evitare fenomeni di erosione eolica.

Questo fatto naturalmente non deve indurre a ritenere che l’aratura non abbia la sua importanza e debba essere accantonata. 

La storia è  solo un ulteriore esempio della assoluta  necessità, in agricoltura , di conciliare la rendita economica con le buone pratiche agricole, che salvaguardino e mantengano l’equilibrio ambientale.  Ci conferma come, anche al giorno d’oggi, partendo da pratiche agricole sbagliate o fuori misura, si possano innescare calamità naturali e successive crisi sociali molto importanti, arrivando a mettere a repentaglio la stabilità di intere regioni. 

Agripost it!

Giovanni Cortigiani

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