L’aratura

L’aratura

C’è uno strumento che come pochi altri riesce ad essere evocativo della campagna: l’aratro. Esso è uno strumento che, possiamo ben dirlo, accompagna gli agricoltori quasi dalla nascita dell’agricoltura stessa. Il compito principale dell’aratro è quello di “pulire” il campo per permettere la semina. Ciò avveniva con i primi aratri in legno, ciò avviene oggi con i moderni aratri in acciaio. Questa lavorazione agronomica porta con sé, però, un forte dibattito all’interno del mondo agricolo contemporaneo: aratura sì o aratura no?

Vediamoci chiaro

L’aratro è uno strumento che, attaccato ad una forza trainante – sia essa meccanica o animale –, procede nel suolo ad una altezza variabile decisa dall’agricoltore per tagliare il terreno in blocchi (dette in gergo fette) e per ribaltarli (il ribaltamento della fetta). La profondità di lavorazione nel terreno varia dai 100 cm (in questo caso si parla di scasso più che di aratura) ai 20 cm (aratura leggera). L’aratura può essere eseguita in qualsiasi momento dell’anno e, a seconda del periodo, prenderà il nome di aratura invernale, primaverile, estiva o autunnale.

Tralasciando i dettagli tecnici sulle differenze di lavorare alle diverse profondità o nei diversi periodi dell’anno, ciò che ci preme è delineare quelli che sono gli aspetti positivi e negativi di questa lavorazione. Iniziamo con i positivi:

  • Sopprimere la vegetazione preesistente sia attraverso il soffocamento delle piantine ribaltate, sia attraverso l’essiccamento degli organi riproduttivi sotterranei (es. tuberi) trasportati in superficie;
  • Interramento di residui colturali (stoppie, paglie, foglie, ecc.) che arricchiscono il terreno di sostanza organica;
  • Aumento della sofficità del terreno che favorisce fenomeni di varia natura (es. facilita il germogliamento delle colture).

D’altro canto, però, questa lavorazione:

  • Non prepara in maniera perfetta il letto di semina, richiedendo altre lavorazioni del terreno (con conseguente aumento dei costi per l’agricoltore e maggiori input energetici per il suolo);
  • C’è il rischio di intaccare negativamente sulla struttura del suolo peggiorandone soprattutto le proprietà fisiche (es. conduzione idraulica);
  • Favorisce la formazione del cosiddetto crostone di lavorazione, ossia uno strato impermeabile in fondo al solco;
  • Meccanicamente, inoltre, non sfrutta appieno la potenza disponibile della trattrice (incidendo quindi sulla sostenibilità economica ed ambientale di questa tecnica).
  • Accelera i processi di mineralizzazione della sostanza organica, oltre a modificare gli equilibri dei microrganismi utili del terreno.
Conclusioni

L’aratura è una lavorazione che ancora oggi risulta molto sfruttata nella pratica di campo. Questo perché in condizioni ottimali di esecuzione e di sfruttamento dell’azione degli agenti atmosferici si ottengono risultati idonei e coerenti con la gestione delle colture. Tuttavia, a fronte delle caratteristiche negative succitate, è sempre più ampio il movimento di coloro che preferiscono altri attrezzi per la preparazione del terreno (aratri a dischi, vangatrici, macchine combinate con più strumenti, ecc.).

Una menzione particolare meritano, infine, alcune nuove tecniche come la minima lavorazione (minimum tillage) e la non lavorazione (zero tillage) che cercano di ridurre al minimo le lavorazioni prima della semina, escludendo, di fatto, l’aratura. Di queste tecniche, però, ne riparleremo in maniera più approfondita in un prossimo articolo.

Vi invitiamo dunque a continuarci a seguire per conoscere sempre più il dinamico mondo dell’agricoltura.

AgriPost it!

Bibliografia:

Giardini, L. (2012). L’agronomia per conservare il futuro (6° ed.). Bologna, Pàtron editore.

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